In queste settimane tantissime piazze si sono riempite, non solo in Francia e in Albania. Anche in Italia giovani studenti, lavoratori e piccoli imprenditori bistrattati e famiglie che non arrivano a fine mese sono scesi in piazza e nelle strade, da nord a sud. Perché non intravedono un futuro, e ormai anche il presente è diventato insostenibile.
Il carovita che svuota il carrello e rende ogni bolletta un pensiero. Un lavoro troppo spesso malpagato e precario, che non basta per vivere con dignità. Scuole che cadono a pezzi e non riescono a includere, un’educazione mortificata, trattata come una spesa da tagliare e non come l’investimento più importante che un Paese possa fare.
Chi va in piazza non chiede privilegi. Chiede di poter vivere, non solo sopravvivere. E merita di essere ascoltato, non liquidato. E soprattutto non va ridotto alla violenza esercitata e aizzata da pochi.
Le disuguaglianze non sono una fatalità. Sono il frutto di scelte politiche: guerre e riarmo che divorano risorse, un’economia che scarica il peso sugli ultimi, diritti calpestati da governi miopi.
Il 30 ottobre queste voci torneranno a farsi sentire con lo sciopero generale. La politica, in Europa e in Italia, ha il dovere di rispondere, tornando a garantire salari giusti, servizi pubblici forti, una scuola di qualità e di tutti.
Perché la dignità non può essere un lusso.



