Siria a un bivio: diritti, giustizia e una transizione davvero inclusiva

Mercoledì 13 maggio ho ospitato al Parlamento europeo l’evento “Siria a un bivio: diritti, giustizia e una transizione davvero inclusiva”, organizzato insieme alle ONG EuroMed Rights e 11.11.11., che ringrazio molto. E ringrazio anche le colleghe del gruppo S&D Cecilia Strada, Hana Jalloul ed Evin Incir per il contributo che hanno dato al confronto assieme all’eurodeputato verde Mounir Satouri che presiede la Sottocommissione Diritti Umani di cui anch’io sono membro.
Una transizione sostenibile non può essere costruita a porte chiuse. Il futuro della Siria deve
includere davvero donne, giovani, minoranze, società civile e tutte le comunità che hanno
pagato il prezzo più alto del conflitto.
Lo spazio civico in Siria è ancora troppo ristretto. Molte organizzazioni della società civile
incontrano ostacoli, procedure opache e limitazioni continue. Eppure, proprio la società civile
dovrebbe essere uno dei pilastri della transizione: senza la libertà di organizzarsi, partecipare
e contribuire al dibattito pubblico, non può nascere un processo politico credibile.
Anche i giovani devono essere riconosciuti come attori politici, non soltanto come destinatari
di programmi e misure. Per troppo tempo sono stati esclusi dai luoghi in cui si prendono
decisioni, pur essendo tra coloro che più hanno subito le conseguenze della guerra, della
repressione e dell’instabilità.
Un altro tema fondamentale è la protezione delle minoranze. Alawiti, drusi, curdi e tutte le
componenti religiose - nelle diverse screziature dell’islam e del cristianesimo - devono essere
tutelate in modo pieno ed eguale. Il riconoscimento delle minoranze non può restare una
promessa generica: deve tradursi in garanzie costituzionali, protezione effettiva e
partecipazione reale.
Da questo punto di vista, l’Europa deve essere coerente. Le dichiarazioni sui diritti umani e
sull’inclusione non bastano se non si traducono in risultati concreti. Il sostegno europeo deve
essere accompagnato da condizionalità chiare, affinché la transizione non escluda proprio le
persone e le comunità che dovrebbe proteggere.
Verità, giustizia, memoria: percorsi verso la responsabilità
La caduta di Assad rappresenta un passaggio importante, ma non può essere considerata da
sola una garanzia di giustizia. Il futuro della Siria dipenderà dalla capacità di costruire
istituzioni indipendenti, riconoscere i crimini commessi e offrire alle vittime verità, memoria
e riparazione.
Oggi il sistema giudiziario siriano resta fragile e non sufficientemente indipendente. Mancano
strumenti adeguati a riconoscere pienamente crimini di guerra, crimini contro l’umanità e
sparizioni forzate. Senza queste basi, il rischio è che le violazioni vengano trattate come
singoli episodi isolati, cancellando la dimensione sistematica della violenza subita dalla
popolazione siriana.
Le persone detenute, scomparse, torturate e le loro famiglie devono essere al centro di ogni
percorso di giustizia transitoria. Chi è sopravvissuto alle carceri e alla tortura non può essere
lasciato solo, senza documenti, senza protezione e senza strumenti per ricostruire la propria
vita. Le famiglie delle persone scomparse hanno diritto a conoscere la verità.
La memoria di quanto accaduto, anche nei luoghi simbolo della repressione come il carcere
di Sednaya, deve essere preservata. Non per alimentare divisioni, ma per impedire che gli
stessi orrori si ripetano. Senza memoria non c’è giustizia; senza giustizia non può esserci
pace duratura.
Per questo servono riforme istituzionali profonde, una nuova cornice costituzionale capace di
garantire l’indipendenza della magistratura, l’adesione agli strumenti internazionali di

giustizia - a cominciare dalla Corte di giustizia dell’Aia e dalla Corte Penale Internazionale -
e la costruzione di meccanismi credibili, inclusivi e trasparenti per accertare le responsabilità.
La Siria non potrà avere un futuro stabile senza verità, giustizia e responsabilità. Non ci sarà
una transizione sostenibile senza donne, giovani, minoranze e società civile. Non ci sarà pace
senza istituzioni indipendenti, senza tutela delle vittime e senza il riconoscimento dei crimini
commessi.
Come gruppo S&D continueremo a lavorare perché l’Unione europea mantenga una
posizione coerente e ferma: sostegno alla popolazione siriana, sì; normalizzazione senza
giustizia, no.
La Siria è a un bivio. L’Europa deve scegliere da che parte stare: dalla parte dei diritti, della
protezione dei civili, della memoria, della responsabilità e di una pace fondata sulla dignità di
tutte e tutti.

L’incontro ha riunito con noi i rappresentanti della società civile siriana e diverse organizzazioni per i diritti umani. È stata un’occasione importante per discutere del futuro della Siria in una fase estremamente fragile, segnata da povertà diffusa, sfollamenti, violazioni dei diritti umani, crimini irrisolti e una forte domanda di giustizia.

La Siria si trova davvero a un bivio. Dopo anni di guerra, repressione e sofferenze, l’Europa comunitaria non può limitarsi a parlare di ricostruzione o normalizzazione. Ogni forma di impegno europeo deve essere concreta, responsabile e fondata su condizioni chiare: protezione dei civili, rispetto dei diritti umani, giustizia per le vittime, partecipazione della società civile e garanzie per una transizione realmente inclusiva.

La Siria oggi: diritti, realtà e sfide

La realtà siriana resta drammatica. Milioni di persone hanno bisogno di assistenza, una parte enorme della popolazione vive sotto la soglia di povertà e moltissimi siriani sono ancora sfollati, spesso senza documenti e senza accesso ai servizi essenziali.

In questo contesto, la ripresa di un dialogo politico e di una cooperazione con la Siria può avere senso solo se accompagnata da azioni concrete e da un quadro chiaro di responsabilità. Non possiamo ignorare che molti crimini commessi prima e dopo il 2011 restano ancora irrisolti, né possiamo accettare che chi si è macchiato di gravi violazioni venga reintegrato nelle istituzioni o nello spazio pubblico senza alcun percorso di giustizia.

Uno dei punti centrali emersi dal confronto riguarda il rischio dell’impunità. Senza meccanismi credibili di indagine, senza un sistema giudiziario indipendente e senza il riconoscimento dei crimini internazionali, la transizione rischia di trasformarsi in una semplice riorganizzazione del potere, lasciando le vittime senza verità e senza riparazione.

È emersa anche con forza la questione della rappresentanza. Le donne siriane continuano a essere drammaticamente sottorappresentate nei luoghi decisionali. E quando le donne vengono escluse dai processi in cui si decide il futuro del Paese, vengono cancellati anche i loro diritti, i loro bisogni e la loro voce.

Per questo l’Unione Europea deve mantenere una posizione chiara: il sostegno alla Siria e alla sua popolazione deve andare di pari passo con la richiesta di giustizia, responsabilità e rispetto dei diritti fondamentali. Anche il tema dei rimpatri deve essere affrontato con estrema serietà: ogni ritorno deve essere sicuro, volontario e dignitoso, nel pieno rispetto degli standard europei.

Non lasciare indietro nessuno: genere, giovani e inclusione delle minoranze nella transizione

Una transizione sostenibile non può essere costruita a porte chiuse. Il futuro della Siria deve includere davvero donne, giovani, minoranze, società civile e tutte le comunità che hanno pagato il prezzo più alto del conflitto.

Lo spazio civico in Siria è ancora troppo ristretto. Molte organizzazioni della società civile incontrano ostacoli, procedure opache e limitazioni continue. Eppure, proprio la società civile dovrebbe essere uno dei pilastri della transizione: senza la libertà di organizzarsi, partecipare e contribuire al dibattito pubblico, non può nascere un processo politico credibile.

Anche i giovani devono essere riconosciuti come attori politici, non soltanto come destinatari di programmi e misure. Per troppo tempo sono stati esclusi dai luoghi in cui si prendono decisioni, pur essendo tra coloro che più hanno subito le conseguenze della guerra, della repressione e dell’instabilità.

Un altro tema fondamentale è la protezione delle minoranze. Alawiti, drusi, curdi e tutte le componenti religiose – nelle diverse screziature dell’islam e del cristianesimo – devono essere tutelate in modo pieno ed eguale. Il riconoscimento delle minoranze non può restare una promessa generica: deve tradursi in garanzie costituzionali, protezione effettiva e partecipazione reale.

Da questo punto di vista, l’Europa deve essere coerente. Le dichiarazioni sui diritti umani e sull’inclusione non bastano se non si traducono in risultati concreti. Il sostegno europeo deve essere accompagnato da condizionalità chiare, affinché la transizione non escluda proprio le persone e le comunità che dovrebbe proteggere.

Verità, giustizia, memoria: percorsi verso la responsabilità

La caduta di Assad rappresenta un passaggio importante, ma non può essere considerata da sola una garanzia di giustizia. Il futuro della Siria dipenderà dalla capacità di costruire istituzioni indipendenti, riconoscere i crimini commessi e offrire alle vittime verità, memoria e riparazione.

Oggi il sistema giudiziario siriano resta fragile e non sufficientemente indipendente. Mancano strumenti adeguati a riconoscere pienamente crimini di guerra, crimini contro l’umanità e sparizioni forzate. Senza queste basi, il rischio è che le violazioni vengano trattate come singoli episodi isolati, cancellando la dimensione sistematica della violenza subita dalla popolazione siriana.

Le persone detenute, scomparse, torturate e le loro famiglie devono essere al centro di ogni percorso di giustizia transitoria. Chi è sopravvissuto alle carceri e alla tortura non può essere lasciato solo, senza documenti, senza protezione e senza strumenti per ricostruire la propria vita. Le famiglie delle persone scomparse hanno diritto a conoscere la verità.

La memoria di quanto accaduto, anche nei luoghi simbolo della repressione come il carcere di Sednaya, deve essere preservata. Non per alimentare divisioni, ma per impedire che gli stessi orrori si ripetano. Senza memoria non c’è giustizia; senza giustizia non può esserci pace duratura.

Per questo servono riforme istituzionali profonde, una nuova cornice costituzionale capace di garantire l’indipendenza della magistratura, l’adesione agli strumenti internazionali di giustizia – a cominciare dalla Corte di giustizia dell’Aia e dalla Corte Penale Internazionale – e la costruzione di meccanismi credibili, inclusivi e trasparenti per accertare le responsabilità.

La Siria non potrà avere un futuro stabile senza verità, giustizia e responsabilità. Non ci sarà una transizione sostenibile senza donne, giovani, minoranze e società civile. Non ci sarà pace senza istituzioni indipendenti, senza tutela delle vittime e senza il riconoscimento dei crimini commessi.

Come gruppo S&D continueremo a lavorare perché l’Unione europea mantenga una posizione coerente e ferma: sostegno alla popolazione siriana, sì; normalizzazione senza giustizia, no.

La Siria è a un bivio. L’Europa deve scegliere da che parte stare: dalla parte dei diritti, della protezione dei civili, della memoria, della responsabilità e di una pace fondata sulla dignità di tutte e tutti.

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