Mercoledì 18 marzo 2026, in Commissione DROI (Commisisone per i diritti umani) ho di nuovo potuto ascoltare, con attenzione ed emozione, voci essenziali eppure negate: quelle delle donne afghane.
Le testimonianze delle parlamentari afghane in esilio Fawzia Koofi e Mariam Solaimankhil sono state anche stavolta eloquenti, profonde e incisive.
Le loro parole non lasciano spazio a dubbi: nel Paese di cui i talebani sono tornati a impadronirsi del potere è purtroppo “normale” che le donne siano private di diritti fondamentali.
In Afghanistan circa 21 milioni di donne vivono restrizioni sempre più dure:
- ragazze escluse dall’istruzione dopo i 13 anni
- donne bandite dall’università e da molti lavori
- quasi l’80% delle giovani non studia e non lavora
- cure sanitarie precluse o comunque impossibili
- violenza domestica tollerata e persino incentivata.
Le nuove normative stanno andando oltre: istituzionalizzano la discriminazione e la violenza, limitano la libertà di movimento, riducono la tutela legale e legittimano abusi.
C’è però un fatto che mi colpisce moltissimo e che ci riguarda: nell’autunno 2025, 20 Paesi europei — 19 Stati membri dell’Unione più la Norvegia — hanno scritto al Commissario europeo per gli Affari Interni e le Migrazioni, Magnus Brunner, per sollecitare accordi di rimpatrio con l’Afghanistan.
Ecco il punto: continuiamo a voler “normalizzare” la condizione afghana e ciò che accade a donne e perseguitate e profughi.
Come se la priorità fosse poter dire: “Abbiamo un accordo con chi governa pro tempore, possiamo cacciarli indietro”.
In questo Parlamento c’è consapevolezza, c’è sensibilità. Ma contemporaneamente dentro la politica europea cresce la tendenza opposta e pericolosa a chiudere gli occhi.
Va detto con chiarezza: Paesi fondatori come italia, Germania e Belgio stanno spingendo in tale direzione.
È perciò fondamentale continuare a far luce, a non smettere di raccontare, a non permettere che si faccia finta che i misfatti e i dolori su cui ci siamo di nuovo concentrati non esistano.
Le donne afghane hanno la loro voce, ma hanno bisogno anche delle nostre voci.



