Apolidia, esilio, cittadinanza negata: in commissione DROI ho chiesto che l’Europa guardi anche al popolo rom

Oggi sono intervenuto nella sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo Diritti Umani (DROI), durante un’audizione pubblica dedicata alle misure da adottare nel mondo per affrontare l’esilio forzato, la revoca della cittadinanza e l’apolidia.

Abbiamo ascoltato testimonianze forti, dolorose, necessarie. Voci di persone costrette all’esilio, esperti, organizzazioni internazionali, rappresentanti delle istituzioni europee. È stato ricordato, ancora una volta, che l’apolidia non è una formula giuridica astratta. È una condizione concreta di esclusione. Vuol dire non avere documenti, non poter dimostrare pienamente chi si è, non poter accedere con normalità alla sanità, alla scuola, al lavoro, alla casa, alla registrazione anagrafica, alla possibilità di muoversi senza paura. Vuol dire vivere in un limbo, ai margini della città e ai margini del diritto.

Avviene purtroppo in tutto il pianeta ed è una ferita dell’umanità ancora sottostimata. Ci siamo sulla situazione a Gaza, in Eritrea e in Bielorussia, con focus speciali sul Nicaragua dell’autocrazia Ortega-Murillo e sulla condizione tragica del popolo Rohingya tra Myanmar e Bangladesh.

Mi ha colpito, e sono intervenuto anche se questo, che si sia parlato troppo poco — quasi per nulla — di quello che potremmo chiamare il ventottesimo popolo dell’Unione Europea: Rom e Sinti.

La popolazione rom è la più grande minoranza etnica d’Europa. Vive negli Stati membri dell’Unione e fuori dai suo confini. In particolare nei Paesi dell’allargamento. Vive nell’Est e nell’Ovest, nei Balcani e nelle nostre città. Troppo spesso, però, la sua condizione viene percepita come un problema altro e di altri: dei Balcani, dell’Europa orientale, di qualche periferia lontana (o da allontanare). In realtà è una questione europea che ci connette e coinvolge in un problema globale. È una questione profondamente nostra.

Nei Paesi dell’allargamento – lo dico anche come presidente della Delegazione parlamentare UE-Albania – così come dentro l’Unione, molte comunità rom vivono ancora in condizioni di marginalità estrema. Ai margini delle città, in tutti i sensi. Ai margini della cittadinanza, dei servizi, del riconoscimento, della protezione. Persone nate o cresciute nei luoghi in cui abitano, ma ancora esposte al rischio di non essere pienamente accettate e incluse da nessuno Stato.

L’apolidia, infatti, non riguarda soltanto chi fugge da crisi lontane o chi subisce la revoca arbitraria della cittadinanza da parte di regimi autoritari. Riguarda anche minoranze storicamente discriminate. Riguarda persone e famiglie rimaste intrappolate nelle conseguenze delle guerre, delle dissoluzioni statuali, delle discriminazioni amministrative, della mancanza di documenti.

In Italia lo sappiamo bene. Una parte delle persone colpite da apolidia appartiene alle comunità rom di origine jugoslava. Molti arrivarono negli anni Novanta del Novecento, fuggendo dalle guerre e dalle persecuzioni post-jugoslave. Dopo la dissoluzione di quella Federazione, uomini, donne e bambini non furono riconosciuti come cittadini né dai nuovi Stati nati da quella dissoluzione né dall’Italia, pur vivendo stabilmente nel nostro Paese. E così l’assenza di cittadinanza si è trasformata, per alcuni, in una condizione ereditaria di esclusione.

Secondo i dati disponibili, in Italia risultano residenti 489 apolidi formalmente riconosciuti. Ma sappiamo che questo numero racconta solo una parte della realtà: riguarda chi è già emerso dall’invisibilità, chi è già stato riconosciuto, chi vive in una condizione amministrativamente regolare. Restano fuori le persone apolidi o a rischio apolidia che non hanno ancora ottenuto un riconoscimento formale.

Ed è qui il punto politico che ho voluto richiamare. L’Italia, come molti altri Stati europei, ha aderito alla Convenzione di New York del 1954 relativa allo status degli apolidi. Ma per accedere concretamente ai diritti previsti da quella Convenzione non basta essere privi di cittadinanza: bisogna prima essere formalmente riconosciuti come apolidi.

Se però la procedura per ottenere quel riconoscimento è troppo difficile, lenta, costosa o costruita su documenti che proprio una persona apolide difficilmente possiede, allora la protezione resta sulla carta. Diventa un diritto scritto, ma non raggiungibile.

In Italia esistono due strade: una procedura amministrativa e una procedura giudiziale.

Ma la procedura amministrativa richiede spesso documenti che l’apolide, proprio perché tale, non ha: certificati, residenza, documenti di identità, prove difficili da produrre. La via giudiziale, a sua volta, può avere costi elevati, tempi lunghi e ostacoli nell’accesso al patrocinio gratuito. Nel frattempo, la persona resta sospesa. E mentre aspetta, può non riuscire a lavorare, curarsi, iscriversi all’anagrafe, registrare un figlio, vivere senza paura di trattenimento o allontanamento.

Non possiamo chiedere a una persona apolide di dimostrare l’impossibile per accedere a una protezione che il diritto internazionale già le riconosce.

Per questo credo che DROI (Diritti Umani nel mondo) e LIBE (Libertà Civili nella UE) – due commissioni di cui faccio parte – debbano cercare una modalità per cooperare.

Possiamo cominciare da proposte concrete: standard minimi europei per le procedure di riconoscimento dell’apolidia; tempi certi; assistenza legale effettiva; protezione provvisoria automatica durante l’esame della domanda; procedure non fondate su documenti impossibili da produrre; campagne di informazione nelle comunità vulnerabili; registrazione delle nascite; formazione degli uffici pubblici; percorsi reali verso la cittadinanza per chi nasce o cresce stabilmente nei nostri Paesi. Tutto ciò tenendo conto delle opportunità e delle insidie che la nostra modernità digitale propone.

Credo che dobbiamo tenere insieme due sguardi: quello globale, sulle persone esiliate, private arbitrariamente della cittadinanza, rese apolidi dalla violenza degli Stati; e quello europeo, sulle minoranze che vivono tra noi, spesso da generazioni, altre per immigrazione recente, e che ancora non godono di pieno riconoscimento.

La cittadinanza non è solo un documento. È appartenenza, protezione, possibilità di futuro. Quando manca, o quando viene negata, la persona viene spinta fuori dal perimetro visibile della comunità.

Oggi ho voluto ricordare questo: parlare di esilio, apolidia e cittadinanza negata non è un tema periferico, ma centrale, che abita il cuore stesso della nostra democrazia. Perché il modo in cui riconosciamo i diritti di chi è posto ai margini dalle convenzioni che abbiamo costruito dice chi siamo noi: come Unione, come istituzioni, come comunità politica, come società civile.

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